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Il seme che custodiamo: quando arriva il momento di ascoltarsi.

2026-01-12 14:29

Cinzia Del Vecchio

Counseling,

Il seme che custodiamo: quando arriva il momento di ascoltarsi.

Ognuno di noi custodisce dentro di sé un seme.Un potenziale silenzioso, spesso dimenticato, messo da parte per paura, per adattamento o semplicemente ...

Ognuno di noi custodisce dentro di sé un seme.
Un potenziale silenzioso, spesso dimenticato, messo da parte per paura, per adattamento o semplicemente perché la vita ci ha chiesto altro.
Per molto tempo quel seme resta chiuso.
Lo sentiamo, ma non sappiamo dargli spazio. Ci abituiamo a vivere per rispondere alle aspettative, a prenderci cura degli altri, a essere presenti ovunque… tranne che con noi stessi.
Accade allora qualcosa di sottile: ci perdiamo.
Non perché manchi amore, ma perché manca ascolto. Non perché non sappiamo dare, ma perché abbiamo dimenticato come ricevere da noi stessi.
A volte perché abbiamo dimenticato, qualcosa che è restato sepolto nel nostro inconscio.
Arriva però un momento – spesso silenzioso, a volte doloroso – in cui sentiamo che è tempo.
Tempo di fermarci.
Tempo di guardare dentro.
Tempo di chiederci: di cosa ho davvero bisogno?
Nel mio lavoro di Counseling accompagno le persone proprio in questo passaggio:
dal sentire confuso al sentire consapevole,
dal silenzio imposto alla voce che può finalmente emergere.
Coltivare il proprio seme non significa cambiare chi siamo, ma ricordarlo.
Significa creare uno spazio sicuro in cui emozioni, vissuti e desideri possano essere accolti senza giudizio.
Quando questo accade, qualcosa si trasforma.
Non all’improvviso, non magicamente, ma in modo autentico e profondo.
Come fa ogni seme quando trova il terreno giusto.
Se senti che è arrivato il momento di prenderti cura di ciò che porti dentro, sappi che non sei solo.
A volte basta uno sguardo attento, una presenza consapevole, un cammino condiviso per tornare a casa.

Ci sono momenti in cui continui a fare tutto ciò che “dovresti fare”.
Lavori, porti avanti impegni, rispetti scadenze. Eppure, dentro, senti una sorta di freno invisibile.

Non è stanchezza vera e propria. Non è nemmeno insoddisfazione dichiarata.
È una sensazione più sottile: come se stessi andando avanti, ma senza avanzare davvero.

Molte persone arrivano a un certo punto della vita con questa percezione, senza riuscire a darle un nome.

 

Non è mancanza di forza. Spesso è mancanza di direzione.

Quando ci sentiamo bloccati, la prima reazione è accusarci:

“Dovrei impegnarmi di più”

“Forse non sono abbastanza determinato”

“Altri ce la fanno, io no”

In realtà, nella maggior parte dei casi, il blocco non nasce da una debolezza, ma da un disallineamento.

Stai usando molte energie, ma non tutte vanno nella stessa direzione. È come remare con forza… ma senza aver scelto chiaramente la rotta.

 

La mente va avanti. Il resto resta indietro.

Nel lavoro di coaching emerge spesso questo schema:

- la mente è piena di obiettivi, doveri, aspettative;

- il corpo segnala stanchezza, tensione, rigidità;

- le emozioni restano in sottofondo, non ascoltate.

Quando questi tre livelli non dialogano tra loro, il risultato è una sensazione di immobilità interiore, anche se all’esterno sembri funzionare perfettamente.

Il blocco, allora, non è un nemico.
È un segnale!

 

Fermarsi non significa arrendersi

Viviamo in una cultura che associa il valore personale al fare continuo. Fermarsi viene spesso vissuto come una sconfitta.

Eppure, nel coaching, fermarsi è uno degli atti più strategici che esistano.

Fermarsi per:

- ascoltare cosa non sta funzionando;

- riconoscere ciò che non è più allineato;

- distinguere ciò che vuoi davvero da ciò che stai solo portando avanti per inerzia.

Senza questo passaggio, ogni tentativo di “sbloccarsi” rischia di essere solo un altro sforzo in più.

 

Tre domande semplici (… ma non facili)

Prova a prenderti qualche minuto e rispondere, senza giudicarti, a queste domande:

 

- Cosa sto continuando a fare solo perché ho sempre fatto così?

 

- Quale parte di me sto mettendo in secondo piano da troppo tempo?

 

- Se potessi rallentare davvero, cosa emergerebbe?

 

Non servono risposte brillanti. Servono risposte sincere.

 

Un piccolo esercizio di riallineamento (solo … 3 minuti)

Siediti in un luogo tranquillo, chiudi gli occhi, porta l’attenzione al respiro per qualche ciclo.

Poi chiediti:
 

“In questo momento, cosa mi sta chiedendo attenzione?”

 

Non cercare una soluzione.
Ascolta soltanto.

Spesso, il primo passo per sbloccarsi non è agire, ma riconoscere.

 

Quando il blocco diventa un passaggio

Nel coaching, lavoriamo proprio su questo punto:
trasformare il blocco da ostacolo a momento di svolta consapevole.

Un percorso guidato permette di:

- fare chiarezza;

- rimettere ordine tra obiettivi, valori ed energie;

- ripartire con una direzione scelta, non subita.

Non si tratta di “fare di più”, ma di fare ciò che è davvero tuo.

 

Se senti che questo tema ti riguarda

Se leggendo queste righe ti sei riconosciuto, sappi che non sei solo e non sei in ritardo.

Puoi prenderti uno spazio di confronto attraverso una prima consulenza conoscitiva, pensata proprio per capire se un percorso di coaching può aiutarti a ritrovare direzione e centratura.

Un primo passo, senza impegno, per fare chiarezza.